Il ddl Valditara sul consenso informato non riguarda solo l’educazione affettiva e sessuale: ridefinisce il rapporto tra scuola, famiglia e Stato, dentro un progetto politico che restringe gli spazi della scuola pubblica e rafforza un’impostazione conservatrice.


Il 5 Giugno 2026 è stato approvato al Senato il ddl Valditara sul ‘consenso informato’ a scuola che prevede il divieto di progetti sulla sessualità all’asilo e alle elementari, mentre alle medie e alle superiori servirà il consenso scritto dei genitori. Plaude all’approvazione l’associazione Pro vita e famiglia “ con questa legge i genitori potranno conoscere, individuare e respingere in anticipo progetti inappropriati che promuovono tra i minori il genere fluido, l’aborto, l’utero in affitto e una visione ideologica della sessualità, spesso sotto l’etichetta della parità di genere o del contrasto agli stereotipi o alle discriminazioni” difendendo il proprio apparato valoriale dagli attacchi dell’ ‘ideologia gender’ come dicono.  

 

Dopo le Nuove Indicazioni dall’infanzia alla scuola secondaria alla Riforma degli istituti tecnici, che già abbiamo analizzato negli spazi di questa newsletter, si conclude così il progetto di ristrutturazione dell’impianto ideologico della scuola italiana da parte del Ministro. Alto si è alzato il moto di indignazione contro la riforma da parte di molte associazioni, sindacati e collettivi attivi nella scuola. 

 

Ci sembra sull’onda di una lettura impulsiva e reattiva iniziale che la legge abbia una componente ideologica, interna alla ricerca spasmodica di un’egemonia culturale che assume la forma di un conflitto all’ultimo sangue, dinamica psicologica in cui si tenta di risolvere il complesso di inferiorità storico della destra in Italia; e una componente economica interna al taglio trasversale dei finanziamenti alla scuola pubblica, tendenza storica della ristrutturazione neoliberista del welfare pubblico e del ridimensionamento delle istituzioni pubbliche in generale 

 

Sia la leva ideologica che quella economica si intrecciano al centro della proposta di Valditara con il  ‘primato educativo della famiglia’. Sospinta dell’ondata nera delle destre occidentali, sovraniste, patriarcali, reazionarie e ultraliberiste, in un connubio schizofrenico tra puritanesimo clericale e liberismo estremo in campo economico, come afferma Raimo su Il Domani, si afferma “un progetto esteso e pericoloso di ridefinizione del rapporto tra scuola, stato e famiglia. Un progetto in cui la scuola pubblica diventa uno spazio condizionato, negoziato, in cui la famiglia, soprattutto intesa come unità biologico-tradizionale, ha potere di veto sui contenuti. È la fine di un’idea di scuola come istituzione universale.”

C’è una chiara intenzione di restringere lo spazio occupato dallo Stato nei termini di creazione di istituzioni pubbliche, sostituendo quello spazio col familismo tradizionale patriarcale e la centralità dello spazio privato, che va dalla definizione dei valori morali ed etici fino alla centralità del mercato che prende in carico sempre più spazi e servizi prima garantiti dall’universalismo, almeno formale, dello stato.

 

Basti per questo restituire i numeri della spesa pubblica nella scuola.  Secondo un’elaborazione della Fondazione Openpolis – Con i bambini su dati Eurostat, l’Italia è il terzultimo paese in Ue per spesa in istruzione sul Pil l’Italia nel 2023 ha investito in istruzione una quota pari al 3,9% del proprio Pil. Si tratta del terzo valore più basso a livello Ue a fronte di un dato medio del 4,7%. Solo Romania (3,4%) e Irlanda (2,8%), hanno riportato valori inferiori. Ai primi posti ci sono invece Svezia (7,3%), Belgio, Finlandia ed Estonia (6,3%).

 

La cornice della riforma è quella di un pensiero politico reazionario, che decide di non gestire il movimento in avanti di nuove soggettività e sensibilità , prima marginalizzate e silenziate che si affacciano ad esser rappresentate nello spazio simbolico e politico contemporaneo; allo stesso tempo conservatore, fortemente intenzionato a mantenere lo status quo dei rapporti di potere economico e politico di matrice patriarcale, descrivendoli allo stesso tempo come istituzioni sotto attacco e minoritarie.

 

Come afferma Pasquino su Il Domani, che definisce la riforma

“Antiscientifica perché ignora decenni di ricerca e le raccomandazioni delle principali istituzioni sanitarie ed educative internazionali, che indicano nell’educazione alle relazioni, al consenso e alla sessualità uno strumento di promozione della salute, prevenzione della violenza e contrasto alle discriminazioni. Ideologica perché non nasce dall’osservazione dei bisogni reali delle scuole, ma dalla costruzione politica di un allarme. Non affronta un problema esistente: costruisce una minaccia simbolica per poterla poi regolamentare.”

A conferma della mancata aderenza alla realtà del disegno di legge, Save the children nel Febbraio 2025 pubblica un dossier realizzato su un campione di 800 ragazz3 tra i 14 e i 18 anni e 400 genitori. Meno di metà degli studenti dichiara di aver ricevuto un’educazione affettiva o sessuale a scuola tra l’altro evidenziando delle forti disuguaglianze territoriali nell’accesso all’offerta formativa con un 60% al Nord fino al 37% al Sud. Traspare inoltre l’insufficienza di questi percorsi essendo spesso formazione una tantum di una giornata e mai percorsi lunghi che accompagnano nella lunga durata le classi come consigliano le linee guida internazionali sulla Comprehensive Sexual Education (CSE). Dato infine che emerge dal report e che mette in discussione l’aderenza ai bisogni collettivi della riforma per cui oltre il 90% dei genitori si esprime a favore di queste iniziative educative ed è favorevole all’educazione sessuale come programma obbligatorio a scuola.

Pensiamo che a riguardo sia ben utile ricostruire le radici di questa proposta, quali sono stati i soggetti proponenti? e da che radici culturali e politiche viene?

Dal lato invece della derivazione culturale e dell’area politica di origine, apprendiamo dalla rivista dell’Associazione italiana dei costituzionalisti che

“l’espressione ideologia gender”, contro cui l’internazionale di destra si scaglia, “ si fa risalire ad alcuni documenti delle istituzioni vaticane. La si ritrova, in particolare, nel Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, redatto a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, pubblicato in Italia nel 2003 e tradotto in numerose lingue tra il 2004 e il 2007 con il fine ultimo di rivendicare la legittimità della (sola) famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio. Negli anni a seguire, e in particolare intorno al 2013-2014, prima in Francia, all’epoca dei dibattiti sulla legge per l’estensione del matrimonio a persone dello stesso sesso, e in seguito in Italia, l’espressione ideologia gender è diventata uno slogan scandito da associazioni di ispirazione cattolica nel corso di manifestazioni di piazza e sui siti internet per opporsi al riconoscimento di diritti per le persone omosessuali e transgenere”.

“Anche se, nelle asserzioni della ideologia gender, i destinatari sono molto spesso le persone omosessuali e LGBTQ+, la parola “genere” nasce con i movimenti femministi angloamericani della cosiddetta seconda ondata, negli anni ’70, ed è in origine legata alla condizione della donna. Il termine è trasportato al femminismo da discipline altre, la medicina e la psicologia, ed è debitore delle teorie sociologiche e antropologiche degli anni tra il ’40 e il ’60 del secolo scorso sui ruoli sessuali. Il genere, infatti, emerge come una categoria delle scienze sociali capace di rilevare le caratteristiche che culturalmente e socialmente vengono attribuite al sesso, andando al di là della differenza biologica e ampliando la gamma dei fattori, di carattere educativo, economico, normativo, politico, sociale, che determinano la condizione femminile. “Genere” è, dunque, uno strumento concettuale che permette di cogliere le pratiche sociali, dunque anche giuridiche, che espressamente o implicitamente nascondono relazioni di potere asimmetriche tra i sessi, consentendo di svolgere un’analisi e di mettere in luce le strutture socio-culturali operanti nella definizione di ciò che è maschile e femminile in un dato tempo e in un dato luogo.” 

Conclusione più o meno necessaria a queste considerazioni riportate è lo strumentale intento, che rintracciamo nella visione del mondo sottesa alla riforma Valditara di invisibilizzare le disuguaglianze socio economiche che motivano le differenze di status sociale tra uomini e donne, puro intento conservatore dell’ordine di potere patriarcale che relega donne e soggetti femminilizzati a posizioni di marginalità socio economica e simbolica.

Chiudiamo in grande con le dichiarazioni del Presidente della CEI Card. Angelo Bagnasco nel 2015 contro i corsi di educazione di genere nelle scuole, volti a «costruire delle persone fluide, che pretendano che ogni loro desiderio si trasformi in bisogno e quindi diventi diritto».

Nessuna dichiarazione poteva restituire meglio la politica dei bisogni che è al centro della nostra idea di politica e di spazio pubblico che come area formazione di A Sud abbiamo praticato nei laboratori sugli stereotipi di genere. Nei cerchi di parola che partendo dal vissuto personale andavano a ricostruire la radice culturale e storica dell’idea stereotipata dei ruoli di uomini e donne, e  nei momenti che mettevano in discussione la maschera costruita socialmente e culturalmente fatta di aspettative esterne e di vissuti celati e tenuti segreti, è apparsa con tutta la forza del caso la potenza generativa di un luogo e un tempo dedicati alla radicale di espressione dei propri affetti e vissuti e la capacità liberatoria dalla stringente oppressione di stereotipi e ruoli sociali di genere.

La forza di quelle esperienze non ci lascerà convincere dell’opposto dalla riforma di Valditara e ci lascia nella convinzione di continuare a costruire spazi simili nella scuola.


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